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San Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Evangelium vitae, ha ricordato che tra i gesti che alimentano la cultura della vita «merita particolare apprezzamento la donazione di organi compiuta in forme eticamente accettabili» ( n. 86). Si tratta infatti di un’azione che unisce la generosità del dono alla responsabilità morale che lo accompagna. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma, a sua volta, che «la donazione di organi dopo la morte è un atto nobile e meritorio ed è da incoraggiare come manifestazione di generosa solidarietà» ( n. 2296), richiamando al tempo stesso la necessità del consenso e il rispetto della dignità della persona. Occorre sempre vigilare per evitare ogni forma di mercificazione del corpo umano e garantire ai trapianti criteri giusti e trasparenti. [2]
La medicina dei trapianti ci ricorda che la relazione di cura, di fiducia e di responsabilità reciproca costituisce una condizione imprescindibile perché il trapianto possa realizzarsi. La possibilità stessa di salvare vite attraverso i trapianti dipende infatti dalla generosità dei donatori. [3]
Papa Francesco ha sottolineato che la donazione non si esaurisce nella sua utilità sociale, pur così importante, ma si configura come espressione della fraternità universale. Ha ribadito inoltre che essa deve rimanere un atto gratuito, capace di testimoniare una cultura dell’aiuto, del dono, della speranza e della vita. [4] È un richiamo quanto mai prezioso in un tempo in cui tutto rischia di essere valutato secondo la logica del prezzo, dell’efficienza o dell’interesse.